La menzogna nella vita quotidiana e in ambito peritale

Un po’ di sincerità è pericolosa, ma molta è assolutamente fatale O. Wilde

Il ricorso alla menzogna nella vita quotidiana è del tutto naturale e in qualcuni casi inevitabile. Possiamo affermare che mentiamo, in qualche modo, "per sopravvivere".

 

Si mente come forma di tutela, per proteggere la privacy e le proprie idee. Si mente per evitare il conflitto, per non mostrarsi in disaccordo con il gruppo, per salvaguardare se stessi, per evitare discussioni. 

Possiamo  mentire presentandoci  in modo più positivo, per non essere  sottoposti al giudizio, allo scopo di ottenere un beneficio. Nei casi in cui può essere funzionale, non si ha una menzogna diretta bensì l'omissione di informazioni.

L’essere umano, sin dall’età precoce, impara ad uniformarsi ad un gruppo di appartenenza, e a far convergere la propria percezione,  il proprio pensiero e il proprio comportamento, con quanto dichiarato dagli altri significativi, ovvero dalla famiglia, dalla scuola, dal gruppo di amici, di colleghi etc.

Il grado di adattamento di un individuo al suo ambiente passa necessariamente per questo aspetto,  segnalando il livello di benessere/malessere che egli sperimenta in quel determinato momento. E’ evidente che la percezione soggettiva, più o meno positiva,  di un determinato contesto,  in cui l’individuo fa esperienza ed instaura relazioni, possa agevolare oppure ostacolare il processo di adattamento di quell’individuo.

Fintanto che consideriamo la menzogna e il mentire come una strategia adattativa, e la verità come qualcosa da ‘dosare’ e da saper utilizzare in base alle caratteristiche della situazione, non autorizziamo la menzogna bensì cerchiamo di avvicinarci alla comprensione di una ‘strategia comunicativa’ , quella menzognera,  che è il frutto di un apprendimento di modalità relazionali e interattive più efficaci rispetto ad altre sulla base delle regole imposte dal contesto.

Dire sempre la verità a qualunque costo e in qualunque circostanza, oltre ad essere indice di ingenuità e/o sfrontatezza, può essere inutile e dannoso.

Possiamo pertanto affermare che la menzogna facilita i rapporti interpersonali e che il mentire rappresenta un aspetto dell’intelligenza sociale (Gullotta, Boi 1994). 

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Fin qui tutto bene ma è evidente che si debbano necessariamente distinguere motivazioni e intenzioni che sono alla base del comportamento di chi mente.

Se ad esempio l’intenzione del mentitore è quella di ottenere un beneficio anche a costo di danneggiare l’altro, sia riferendo un fatto contrario a quanto in realtà accade (menzogna) che omettendo sistematicamente informazioni (inganno), il quadro cambierebbe completamente,  sino ad assumere  profili di responsabilità.

Anolli (2003) distingue una ‘menzogna a basso rischio’, sostanzialmente innocente e priva di secondi fini, se non quello di gestire le relazioni interpersonali riducendo il grado di stress, da una ‘menzogna ad alto rischio’, in cui il mentitore usa la menzogna in maniera strumentale, arrecando un danno o creando disagio ad una ‘vittima’ con cui intrattiene una relazione significativa.

Possiamo altresì distinguere un mentitore abile da un altro poco abile e facilmente smascherabile.

La personalità del 'mentitore abile' non è un costrutto che può essere standardizzato,  in effetti  le motivazioni e i tratti di personalità di chi attua un determinato comportamento, in maniera sistematica, posso essere estremamente eterogenei.

Tale soggetto, tuttavia, per essere appunto abile, dovrebbe possedere alcune skills - comuni all’interno di una popolazione eterogenea -  che gli consentono di utilizzare la menzogna in maniera ‘professionale’ non venendo scoperto e centrando l’obiettivo.

Un esempio di tale personalità è raccontata magistralmente da Woody Allen nel film  Match Point (2005), che racconta l’intreccio amoroso tra Chris Wilton (Jonathan Rhys-Meyers), la moglie Chloe (Emily Mortimer) e l'amante Nola Rice (Scarlett Johansson).

Chris, giovane con pochi mezzi ma estremamente intelligente, ex tennista che ha abbandonato la competizione,  è così abile da riuscire ad  inserirsi appieno nell’alta borghesia britannica attraverso Chloe, figlia di una ricca  famiglia londinese, pur incominciando, ad un certo punto, ad intessere una relazione passionale con Nola, fidanzata del fratello di Chloe, Tom.

Non solo né Chloe e neppure Tom verranno mai a conoscenza di questa relazione, che continuerà anche dopo la separazione tra Tom e la stessa Nola, ma il giovane riuscirà ad avere la meglio anche su un altro fatto estremamente  grave, il duplice omicidio di cui è  artefice.

La fortuna aiuta gli audaci. Ma non è solo l’audacia del protagonista a consentirgli di ottenere ciò che desidera: il denaro che gli viene da una moglie facoltosa, che però non ama,  e la travolgente  passione che trova invece nella relazione con la  bellissima Nola, con cui non intende assolutamente avere una relazione d’amore, perché ciò lo costringerebbe a rinunciare a quanto si è guadagnato: una posizione sociale di spicco.

Non è  un romantico idealista ma un intelligente ed abile calcolatore.

Un tale soggetto, abbiamo ipotizzato, debba possedere delle efficaci abilità interpersonali,  e in primo luogo, potremmo dire, un’evoluta abilità di coping emotivo. E’ infatti indispensabile che il soggetto sappia gestire e sia in grado di fronteggiare le proprie emozioni e reazioni (frustrazione, rabbia, ansia, paura) controllando sistematicamente le  risposte comportamentali ed emozionali. Anche nelle situazioni di tensione ed elevato livello di stress dovrebbe essere in grado di  esercitare un forte controllo sulla sfera affettiva ed emotiva, non manifestando i propri sentimenti, dissimulandoli, contenendo emozioni di  rabbia e frustrazione anche di una certa intensità.

E’ evidente che tale comportamento non sia affatto gratuito, in termini di benessere individuale, a meno di personalità narcisistiche ego-sintoniche.

Un tale comportamento riduce fortemente  la possibilità di un vero coinvolgimento interpersonale, non consentendo di stabilire rapporti di fiducia soddisfacenti e appaganti, e non consentendo la soddisfazione di un primario bisogno emotivo, quello di venire riconosciuti e amati per ciò che si è.

E’ inoltre evidente che l'attore per ‘scegliere’ di affrontale un tale costo e per portalo avanti nel tempo,  deve avere delle motivazioni forti.

Il soggetto cui ci riferiamo in questa sede, se da una parte possiamo affermare, semplicisticamente, che sia un ‘bugiardo patologico’ dall’altra è necessario riconoscere che non presenti alcuna psicopatologia diagnosticabile. Al contrario può essere una personalità con buon adattamento, per lo meno in apparenza, che usa la menzogna in maniera strumentale.

Il termine ‘patologico’ richiama una sistematicità e un ripetersi di un comportamento menzognero e ingannatore, come modalità relazionale principale, appresa, consolidata e in qualche modo automatizzata tuttavia, può non riscontrarsi nessuna patologia rilevante, ovvero clinicamente significativa,  in questo tipo di personalità.

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Stabilire se una persona sia sincera oppure al contrario ci stia mentendo è un compito molto complesso, in generale nella vita quotidiana  e in particolare nell'ambito specifico a cui ci riferiamo.

Se vogliamo distinguere ad esempio,  un diamante vero da un falso, ci rechiamo presso un esperto che valuterà la pietra in base a caratteristiche univoche e per quanto complessa questo tipo di attività , ne avremo alla fine un report oggettivo.

In ambito psicologico non abbiamo a che fare con entità oggettive ed osservabili direttamente. Determinati aspetti vengono inferiti sulla base di antecendi e conclusioni.

L'analisi psicologica di un determinato fenomeno, implica sempre un processo di inferenza, in cui sulla base di determinate informazioni conosciute, si ricostruiscono le modalità di funzionamento di un particolare soggetto.

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Torniamo al tema principale verità VS menzogna,  la psicologia può esserci d'aiuto nel discriminare queste 'tipologie comportamentali'? La risposta è affermativa anche se scoprire la menzogna resta qualcosa di estremamente difficile e non esistono tecniche sicure.

Il lavoro dello psicologo Paul Ekman è a tale proposito particolarmente significativo e capace di fornire indicatori empirici di verità e menzogna.

E' noto come il linguaggio verbale si presti  bene ad essere manipolato, camuffato e censurato, diversamente da quanto accade per il comportamento non verbale,   ricco di informazioni ‘scottanti’ proprio perché difficilmente controllabile a comando.

Gli studi sulle emozioni di base e sull’ espressività del volto che hanno portato alla messa a punto di programmi per la valutazione delle espressioni facciali (Ekman P. e Friesen W.V., 1976, 1978) offrono spunti particolarmente interessanti rispetto alla possibilità di discriminare un ‘volto vero’ da un ‘volto falso’, come nel caso del sorriso e di molte altre espressioni facciali correlate ad emozioni particolari, le così dette emozioni di base.

Il  sorriso autentico o sorriso di Duchenne è il prodotto dell'azione del grande zigomatico e dell' orbicolare dell'occhio (Ekman, 1990). Le reazioni del solo zigomatico possono segnalare un sorriso di circostanza (falso) , o secondo altri (Schneider e Unzner, 1992) una reazione di gioia di bassa intensità, diversamente dal sorriso di Duchenne, espressione di felicità intensa (e quindi autentica) secondo Ekman.

E’ impossibile riprodurre, al livello di configurazioni del volto, delle micro-espressioni apprese in una fase precoce dello sviluppo, pertanto è molto difficile simulare un’emozione o dissimularla.

L' espressione del viso, anche se stiamo sostenendo un messaggio verbale di valenza opposta, sarà difficilmente camuffabile, risulterà forzato e innaturale, tradendo le vere emozioni del soggetto.

Il tono della voce, la gestualità, il contatto visivo, la posizione occupata nello spazio, l’orientamento rispetto all'interlocutore, appunto la mimica facciale,  sono tutti segnali estremamente indicativi e nel complesso veritieri.

Non è facile nascondere un’emozione soprattutto di una certa entità (dissimulare) oppure fingere un’emozione che non si prova (simulare).

Lo studio della mimica facciale, attraverso tecniche di analisi quantitativa del volto -che implica l' osservazione di videoregistrazioni del viso umano durante gli scambi comunicativi- segnala con buona attendibilità il sentimento che l’individuo nasconde.

L'individuo, come è noto, 'non può non comunicare' (I assioma della comunicazione) e comunica attraverso molteplici canali, verbali e non verbali.

Il canale non verbale trasmette la maggior parte dell' informazione e include le rapide microespessioni facciali, la voce, la gestualità del corpo; mentre il canale verbale è relativo al solo contenuto della comunicazione.

In altre parole nella comunicazione entrano in gioco due piani quello verbale e quello non verbale. Se il primo riguarda il contenuto del messaggio il secondo codifica il tipo di relazione in atto tra i partner della comunicazione (cfr. Pragmatica della comunicazione umana).

Altro segnale interessante ai nostri fini, in quanto correlato alla menzogna,  è l'inconguenza che può sorgere tra piano del contenuto e piano della relazione, nel senso che il piano non verbale contraddice il messaggio (contenuto) verbale.

Fenomeno diverso è il caso in cui il soggetto mente sulla base di un 'falso ricordo' , ovvero la memoria di un evento che in realtà o non è mai accaduto oppure è accaduto in maniera diversa.

La memoria è un processo costruttivo in continua evoluzione, soggetto alle influenze e alle distorsioni esterne. E' possibile indurre in un soggetto dei falsi ricordi, 'sovraiscrivendoli'  nella memoria attraveso tecniche suggestive (ipnosi, psicoterapia etc.), non distinguibili dai ricordi di fatti realmente accaduti.

Fattori esterni quali lo stress, la disinformazione, l'uso di tecniche suggestive sono stati utilizzati da ricercatori come Elizabeth Loftus per far si che venissero 'impiantate' nella memoria dei partecipanti all'esperimento, falsi ricordi di eventi o di particolari, in realtà mai esistiti. 

I falsi ricordi e i veri ricordi sono difficili da distinguere, e in generale, quanto più un soggetto si convince di un particolare evento o ricordo di esso, tanto più percepisce e agisce come se questo fosse vero.
I processi cognitivi come la memoria, ma del resto anche la 'semplice' percezione, sono notevolmente influenzati da fattori esterni (e interni).

In questo caso specifico non si tratta di menzogna, poichè il soggetto in questione non è consapevole di mentire, diversamente afferma la sua verità, mentre la consapevolezza di falsità è alla base del comportamento di chi mente.

 

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E' stato introdotto in precedenza il concetto di 'menzogna ad alto rischio' , caso in cui la menzogna  è attuata a scopo manipolatorio da un soggetto consapevole di mentire.

Il ricorso sistematico alla menzogna si presenta come 'sintomo' all'interno di condizioni cliniche differenti, come ad esempio:

  • disturbo narcisistico di personalità
  • disturbo borderline di personalità
  • disturbo da abuso di sostanze
  • disturbo di personalità antisociale

Alcune caratteristiche di personalità , estremizzate in questi quadri clinici,  si presentano nella popolazione generale ad un livello compatibile con la normalità e senza raggiungere una soglia di attenzione clinica, es. depressione, ansia, instabilità affettiva, impulsività, difficoltà narcisistiche etc.

Il ricorso alla menzogna acquisisce una funzione utile nell'economia psicologica del soggetto, ad es. in generale,  aumentare il bisogno di ammirazione del narcisista, coprire la necessità impellente di procurarsi la sostanza per il tossicodipendente, evitare la punizione per il soggetto antisociale etc.

 

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Il problema della simulazione (malingering) è un tema estremamente rilevante in ambito psicologico-giuridico. Per simulazione si intende (DSM IV-TR) la produzione intenzionale di sintomi fisici o psichici falsi o grossolanamente esagerati, motivati da incentivi esterni.

Nell’ambito dell’attività peritale, diversamente dal contesto clinico-terapeutico,   il soggetto non è un paziente da aiutare e ‘curare’,  non è quindi motivato alla terapia né  a riferire informazioni cruciali.

Tracciamo dunque rispetto a questo parametro una sostanziale differenza tra contesto peritale e contesto terapeutico. Il Codice Deontologico degli Psicologi evidenzia una differenza per ciò che concerne la Privacy tra CTU che non la prevede e, l’attività clinica, che è invece votata alla più stretta tutela delle informazioni sensibili riguardanti il paziente, eccetto alcuni casi specifici.

La consulenza tecnica di parte CTP,  si pone a un livello intermedio,  poiché  lo psicologo è tenuto a mantenere il segreto e a tutelare il cliente, aspetto portante del lavoro e mandato principale, per ovvie ragioni, ma sempre in funzione di tale mandato è tenuto a porre in esame tutte le informazioni rilevanti a beneficio del cliente stesso e, dunque, ad esplicitarle chiaramente a terzi, tramite l’atto della consulenza o perizia, ed eventualmente anche in dibattimento.

Ogni perizia deve porsi il problema della simulazione e controllare tale aspetto, poiché può inficiare profondamente e rendere nulle le conclusioni tratte.

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Per effettuare una valida analisi è necessario controllare tutte le dimensioni che possono inficiare il lavoro, rappresentando un bias ovvero un 'errore di stima'. 

Citiamo qui a titolo di esempio alcune variabili rilevanti:

  • Il comportamento non verbale del cliente durante il colloquio
  • L’atteggiamento del cliente durante il colloquio
  • La coerenza tra dati anamnestici, testologici;  indagini mediche specialistiche, atti processuali e quanto riferito dal cliente
  • Il profilo esibito ai test cognitivi
  • Le scale di controllo dei questionari di personalità
  • Test specifici sul malingering
  • Test progettati ad hoc su dimensioni specifiche es. memoria, depressione etc.

L’uso di un completo protocollo psicometrico può essere una buona risposta al problema della simulazione.

- MMPI-2 Minnesota Multiphasic Personality Inventory

con indicazione offerta dalla scale di controllo L F K e Scale di coerenza tra le risposte vero/falso

- Un TEST  proiettivo quale il Rorschasch o Test di Wartegg

per avere indicazioni sulla struttura di personalità del soggetto allo scopo di effettuare un confronto tra diverse tipologie di dati ovvero:  tratti e organizzazione di personalità VS anamnesi attuale e ai sintomi riferiti.

- MCMI - III Millon Clinical Multiaxial Inventory

anche in questo caso per trarre indicazioni sulla struttura di personalità

- WAIS - R Wechsler Adult Intelligence Scale

  1. con l’accorgimento di valutare specifiche dimensioni come la dispersione dei punteggi tra scala verbale e scala di performance (Pajardi, 2006) con i veri depressi che cadono nelle prove di performance rispetto ai simulatori che hanno prestazioni basse e appiattite su tutte le prove;
  2. con indicazione di confrontare il punteggio al subtest di Vocabolario con quello al sub test Memoria di cifre;  considerando che,  se il primo risulta di gran lunga superiore al secondo (Ferracuti, 2008) ciò è indicativo di un tentativo di distorcere il protocollo
  3. con possibilità di confronto dei risultati ai sub test con quanto atteso in caso di patologia cerebrale. Wechsler (1958) ha indicato la caduta nei sub test Memoria di cifre, Associazione simboli a numeri, Disegno con cubi proprio in tale casistica, per cui Pz con danno unilaterale DX presentano deficit nel QIP (quoziente intellettivo di performance), rispetto a Pz con danno emisferico bilaterale, che mostrano deficit nel QIP ma non nel QIV (quoziente intellettivo verbale

- Batteria Neuropsicologica RBANS

Repeatable Battery for the Assessment of Neuropsychological Status

considerando che una performance di 2 DS (deviazioni standard) al di sotto della media nel sub test organizzazione visuospaziale/visuopercettiva è in generale indicativa di un rilevante deterioramento cognitivo

- Ricorso a tecniche come lo IAT di Sartori (Implicit Association Test) per valutare la validità di un resoconto testimoniale

- Uteriori strumenti che possono dare indicazioni rispetto alla dimensione del malingering:

  • STRUCTURED INVENTORY OF MALINGERED SYMPTOMATOLOGY 
  • HARE PSYCHOPATHY CHECKLIST revised
  • PSYCHOPATIC PERSONALITY INVENTORY revised